Microplastiche: possiamo ripulire mari e oceani grazie alla tecnologia?

9:24 am

5 febbraio 2019

Non superano il millimetro di grandezza, eppure possono nuocere alla nostra salute e a quella del Pianeta in modo irreparabile. Sono le microplastiche, frammenti di materiali sintetici derivanti dal degrado dei nostri rifiuti e dai processi industriali che, passate inosservate e lasciate indisturbate per anni, ritroviamo ormai ubiquitarie nell’ambiente, con particolare concentrazione nelle acque di mari e oceani.

Sbarazzarcene è un’utopia, ma diversi gruppi di scienziati in tutto il Mondo sono all’opera per sviluppare tecnologie che ci aiutino a riconoscerle, analizzarle, valutarne i rischi da caso a caso. E non solo: alcuni provano anche a costruire sistemi per catturarle, oppure a limitarne la diffusione con l’elaborazione di materiali nuovi e biocompatibili da sostituire ai loro precursori.

Ma da dove provengono e come si formano queste nostre invisibili nemiche? E quali sono le innovazioni che potrebbero, un giorno, aiutarci a cancellarle dalla faccia della Terra?

 

Il cuore del problema

Chiamate così in virtù delle loro dimensioni, le microplastiche hanno origini molteplici. Possono riversarsi nell’ambiente in quanto componenti proprie di prodotti come detersivi e cosmetici, oppure durante processi produttivi, come quelli del settore dell’abbigliamento, per esempio. O, ancora, essere generate dalla frammentazione e dalla disgregazione nel tempo di oggetti e rivestimenti di grandi dimensioni, come contenitori, sacchetti, materiali da costruzione, pneumatici.

Solo al largo delle isole Hawaii, nel bel mezzo del Pacifico, galleggiano circa 90mila tonnellate di plastica, a formare la cosiddetta Great Pacific Garbage Patch: una vera e propria “isola” di spazzatura, formatasi a partire dagli anni ’80 sotto la spinta delle correnti oceaniche che hanno aggregato i rifiuti di tutto il globo. Un fenomeno simile è in corso nell’Atlantico. Con queste premesse, è chiaro come la formazione di microplastiche sia un processo ormai incontrollato e difficilissimo da arginare.

 

Pensare “in grande”

Un approccio in grande scala al problema è quello di Ocean Cleanup, iniziativa ora in fase di collaudo per provare a smaltire nientemeno che la Great Pacific Garbage Patch. Come? Attraverso una gigantesca trappola galleggiante che, sfruttando il moto delle onde, dovrebbe convogliare a sé i rifiuti in superficie, consentendo poi ad apposite imbarcazioni di raccoglierli in modo appropriato. Si tratta di un’opera colossale, nella forma di grandi dighe a filo d’acqua che però, a dispetto delle altissime promesse (e delle aspettative), non ha ancora portato a casa il risultato: non solo impianti di questo tipo non riescono a catturare gli oggetti in scala micro, che sprofondano facilmente ben al di sotto della superficie del mare, ma al momento le strutture si stanno rivelando inefficaci nel trattenere in modo saldo anche gli stessi materiali di superficie. C’è molto lavoro da fare, insomma, su questo fronte.

 

Pensare “in piccolo”

Un’altra serie di approcci al problema parte invece dal basso, con uno sguardo ravvicinato e quasi chirurgico a questi materiali. L’arma è quella della chimica, che viene sfruttata in molteplici direzioni.

Una è costruire, in laboratorio, filtri capaci di captare e catturare grandi quantità di sostanze disperse in acqua. Pensiamo a micro o nanoparticelle funzionali studiate ad hoc per riconoscere e legare diverse tipologie di inquinanti e poterle convogliare in modo da favorirne la raccolta e lo smaltimento. Una sorta di minuscole spugne intelligenti, che potrebbero rappresentare uno strumento valido per raccogliere negli ambienti più intaccati, metalli, idrocarburi, pesticidi e, perché no, le microplastiche.

Un’altra strategia, da portare avanti in parallelo, è quella delle bioplastiche: smettere di produrre materiali non riciclabili e plasmare i nuovi oggetti richiesti dal mercato a partire da risorse naturali, come le alghe, gli scarti agricoli e quelli dell’industria alimentare, come le bucce dei cereali o le foglie d’insalata. Perché la plastica, è ormai chiaro per gli scienziati, non va solo riciclata e smaltita, ma anche ripensata.

 

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