Il rischio finanziario

Cos’è il rischio finanziario

 

Con l’espressione rischio finanziario s’intende l’incertezza legata al valore futuro di un qualsiasi investimento.

Uno strumento finanziario viene definito rischioso quando il flusso monetario che produce è almeno in parte casuale, ovvero non è calcolabile in anticipo con certezza. Un classico esempio di attività rischiosa è un titolo azionario: è impossibile sapere se il prezzo aumenterà o diminuirà nel tempo, né se la società che lo ha emesso pagherà periodicamente i dividendi.

 

Esistono molti altri casi, però, di rischio finanziario.

 

Anche i titoli obbligazionari possono essere rischiosi: la società emittente, infatti, potrebbe fallire e non restituire il capitale o corrispondere gli interessi agli investitori. Gli stessi titoli di Stato che maturano a 10 o 20 anni sono rischiosi: per quanto sia fortemente improbabile che il governo di un paese industrializzato vada in default (cioè non sia in grado di pagare quanto dovuto), il tasso d’inflazione può aumentare inaspettatamente, riducendo il valore reale degli interessi e del capitale restituito alla scadenza, e dunque il valore del titolo.

 

rischio finanziario

 

Vista da un altro punto di vista, fare un investimento senza rischi significa garantirsi un flusso monetario certo. Ad esempio, i titoli di stato a breve termine di un paese avanzato (come i Treasury Bill americani o i BOT italiani) sono privi o quasi di rischio. Giungendo a scadenza nel volgere di pochi mesi, il rischio legato a un aumento inatteso dell’inflazione è esiguo, e si può essere ragionevolmente certi che il governo non mancherà di corrispondere alla scadenza il capitale e gli interessi. Altri esempi di attività risk-free sono i depositi bancari a vista e i certificati di deposito a breve termine.

 

Come si misura il rischio

 

Per capire con precisione quali metodologie vengono adottate per calcolare il rischio di un investimento sul mercato finanziario, bisogna analizzare tre concetti fondamentali: la probabilità, il valore atteso e la variabilità.

 

Probabilità

 

La probabilità è la misura del possibile verificarsi di un determinato esito. Un’interpretazione oggettiva della probabilità si basa sulla frequenza con cui certi eventi tendono a verificarsi.
 
Ciò significa che senza esperienze passate su cui basare la stima delle probabilità, non è possibile pervenire a una misura oggettiva; in quel caso, occorre affidarsi a valutazioni soggettive.

 

La probabilità soggettiva è la percezione individuale del possibile verificarsi di un evento. Questa può basarsi sul giudizio del singolo o sull’esperienza, ma non necessariamente sulla frequenza con cui l’evento si è verificato in passato.

 

Quando le probabilità sono determinate soggettivamente, individui diversi possono compiere scelte diverse. Ad esempio, se fossimo chiamati a calcolare la probabilità del ritrovamento di petrolio in un’area inesplorata, potremmo attribuire al successo una probabilità superiore a quella che gli attribuiscono altri, forse perché conosciamo più approfonditamente il progetto, o perché siamo esperti del settore petrolifero e possiamo sfruttare meglio le informazioni di cui disponiamo.

 

Indipendentemente dall’interpretazione, la probabilità viene usata per calcolare altri due importanti parametri che ci permettono di analizzare situazioni rischiose: il valore atteso e la variabilità dei possibili esiti.

 

rischio finanziario

 

Valore atteso

 

Il valore atteso è la media ponderata dei valori associati ai possibili esiti (payoff), calcolata usando come pesi le rispettive probabilità.
 
Il risultato quindi è la tendenza centrale, cioè il payoff che ci aspetteremmo in media. Definendo la “probabilità di” con Pr, possiamo esprimere il valore atteso come:
 
Valore atteso = Pr(successo)x(valore associato al successo)+ Pr(fallimento)x( valore associato al fallimento).
 
Ad esempio, supponendo di acquistare un’azione di una società, potremmo realizzare un guadagno di 0,40€ se questa venisse venduta a un grande gruppo straniero, altrimenti guadagneremmo solo 0,20€. Valutando la probabilità dell’acquisizione al 25% (ovvero ¼), il valore atteso sarebbe di (¼)(0,40€)+(¾)(0,20€) = 0,25€.

 

Variabilità

 

Infine, la variabilità è la misura in cui i possibili esiti di un evento incerto differiscono.
 

Si tratta di un concetto molto importante, per capirlo vediamo un esempio nel quale si suppone di dover scegliere tra un investimento di 10.000€ in due titoli con la stessa remunerazione attesa (1.500€).
 
Il titolo azionario A è emesso da una società nuova, con un prodotto fortemente innovativo da lanciare, e offre due payoff di pari probabilità: se il prodotto ha molto successo, il guadagno è di 2000€. Se invece ne ha poco, è solo di 1000€.
 
Invece, il titolo azionario B è di una società che esiste da molti anni, con un mercato consolidato: la probabilità di guadagnare 1510€ è molto elevata (0,99), ma c’è una probabilità su cento che l’azienda fallisca, nel qual caso il guadagno sarebbe solo di 510€.
 
Come già sottolineato, i due titoli hanno lo stesso reddito atteso:
 
Titolo A – (0,5)(2.000€) + (0,5)(1.000€) = 1.500€
 
Titolo B – (0,99)(1.510€) + (0,01)(510€) = 1.500€
 
Tuttavia, la variabilità dei possibili payoff è diverso. Per misurarla bisogna sottolineare che all’aumentare della differenza (negativa o positiva) tra il payoff atteso e quello effettivo, aumenta il rischio. Questa differenza è chiamata deviazione o scarto. Poiché questo dato può anche assumere un valore negativo, si elevano al quadrato le deviazioni così da ottenere valori sempre positivi.
 
Tornando all’esempio:
 
Titolo A – (0,5)(5.002€) + (0,5)(-5.002€) = 250.000€. La deviazione standard del Titolo A è quindi uguale alla radice quadrata di 250.000€, cioè 500€.
 
Titolo B: Titolo B – (0,99)(102€) + (0,01)(9.902€) = 9.900€. La deviazione standard del Titolo B è la radice quadrata di 9900€, cioè 99,50€.
 
In conclusione, il Titolo B è molto meno rischioso del Titolo A, dato che la deviazione standard della sua remunerazione è molto più bassa. Il concetto di deviazione standard si applica naturalmente anche nel caso di più di due possibili esiti e di esiti con probabilità diverse.

 

La gestione del rischio

 

Gestire il rischio significa mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari a controllare i fattori di incertezza legati a un’attività al fine di limitare gli effetti di potenziali eventi avversi.
Nel caso dell’attività di compravendita di strumenti finanziari, la gestione del rischio si basa sulla distinzione fra potenziale di opportunità (upside risk) e potenziale di pericolo (downside risk).

 

Dal momento che l’impiego del risparmio ha come obiettivo l’ottenimento del massimo rendimento, la gestione del rischio di un portafoglio finanziario sarà volta a limitare il più possibile il verificarsi degli eventi negativi e a minimizzarne il relativo impatto, cercando di non ostacolare il verificarsi di eventi positivi. In altri termini, la gestione del rischio finanziario consiste nel minimizzare il downside risk, senza limitare troppo l’upside risk.

 

Gestire professionalmente il rischio di un portafoglio finanziario significa procedere a una sequenza di valutazioni – relative sia alle singole attività incluse nel portafoglio, sia ai rapporti di relazione fra queste, sia al portafoglio nel suo complesso – tale da permettere un’accurata pianificazione del rischio a cui il portafoglio viene esposto.

 

Queste analisi consentono di definire una banda di oscillazione ideale del portafoglio – il cosiddetto profilo rischio-rendimento – e stabilire le azioni da intraprendere nel caso in cui il suo valore oscilli oltre la soglia prevista.

 

L’attività di valutazione e analisi dei rischi parte quindi dalla stima della probabilità e del possibile impatto dei singoli eventi rischiosi, per giungere alla composizione di un quadro generale dei fattori d’incertezza a cui il portafoglio è esposto. A conclusione dell’attività di analisi e valutazione, il rapporto tra le opportunità e i rischi legati all’investimento dovrà bilanciare le aspettative e le esigenze del risparmiatore.

 

Il rendimento di un’attività finanziaria

 

Gli individui acquistano e detengono attività finanziarie per godere del flusso monetario che producono. Per confrontare due attività, è utile considerare questo flusso in relazione al valore o al prezzo dell’attività stessa.

 

Il rendimento di un’attività è il flusso monetario totale generato – inclusi i guadagni o le perdite in conto capitale – espresso come frazione del suo prezzo.
Quando si investono i propri risparmi in azioni, obbligazioni, immobili o altre attività, di solito si spera di ottenere un rendimento superiore al tasso d’inflazione, in modo da compensare con il rendimento la perdita del potere d’acquisto della moneta. Per questa ragione, i rendimenti sono spesso espressi in termini reali, ovvero al netto dell’inflazione.

 

Il rendimento reale di un’attività patrimoniale è pari alla differenza fra il tasso di rendimento nominale e il tasso d’inflazione. Dato che la maggior parte delle attività sono rischiose, un investitore non può sapere in anticipo i rendimenti che otterrà l’anno successivo. Per esempio, il corso di un titolo azionario può tanto aumentare quanto diminuire.

 

Il rendimento atteso di un’attività è il valore atteso del suo rendimento, cioè il rendimento che dovrebbe produrre in media. In alcuni anni, il rendimento effettivo può essere molto più elevato di quello atteso, e in altri molto inferiore. Ma nel lungo periodo, il rendimento medio effettivo dovrebbe essere prossimo al rendimento atteso.

 

Attività diverse hanno rendimenti attesi diversi. Per esempio, nell’ottobre 2005 il rendimento atteso reale di un Treasury Bill americano era inferiore all’1 per cento, mentre quello di un portafoglio di titoli rappresentativi della borsa di New York (NYSE) era superiore al 9 per cento. Ma se la differenza di rendimento atteso era così marcata, perché c’erano milioni di persone disposte ad acquistare un Treasury Bill? Perché la domanda di un’attività non dipende solo dal rendimento atteso, ma anche dal rischio: le azioni hanno un rendimento atteso più elevato dei titoli di stato, ma sono anche più rischiose.

 

Questi dati suggeriscono che in genere quanto maggiore è il rendimento atteso di un’attività, tanto maggiore è il rischio che comporta. Se l’investimento è correttamente diversificato, questo corrisponde al vero. Di conseguenza, l’investitore avverso al rischio deve trovare il giusto equilibrio tra rendimento atteso e rischio.

 

 

Il rendimento e il premio al rischio

 

Il rendimento di un titolo finanziario viene definito in questo modo: l’investitore paga un certo prezzo di acquisto, diciamo pari a 100, e alla fine dell’anno valuta la propria posizione utilizzando il prezzo di mercato dell’attività, supponiamo pari a 110, tenendo conto naturalmente dei dividendi o delle cedole percepiti durante l’anno, ad esempio pari a 5. In questo esempio il valore finale dell’investimento è di 115 (10 di prezzo finale e 5 di dividendo) e deve essere confrontato con un investimento iniziale di 100.

 

Il rendimento complessivo è del 15%. Si tratta di un rendimento soddisfacente? Dipende dalle alternative disponibili. Un’alternativa è senz’altro rappresentata dall’investimento in un titolo senza rischio annuale, che offre con certezza un tasso di interesse. Supponiamo che il tasso di interesse sia del 5%.

 

Il rendimento del 15% è senz’altro più alto del 5%, ma occorre tenere presente che l’investimento nel titolo finanziario comporta una certa dose di rischio. Invece di avere un prezzo finale di 110, il titolo avrebbe potuto avere un prezzo finale pari ad 80 che, assieme al dividendo di 5, avrebbe comportato un rendimento complessivo di -15%. Se l’investimento nel titolo è rischioso, non è corretto confrontare il rendimento finale del 15% con il tasso di interesse del 5%, in quanto l’investitore sarà disposto ad investire in un titolo rischioso anziché in un titolo senza rischio solo in presenza di un adeguato profitto.

 

Occorre da una parte tenere conto di tutti gli scenari possibili del rendimento rischioso, calcolando il rendimento atteso, e dall’altra parte calcolare l’alternativa aggiungendo al tasso di interesse anche la somma necessaria a compensare il rischio che si corre, definito premio per il rischio.

 

Se ad esempio ci sono solo due scenari possibili di rendimento del titolo rischioso, +15% e -15%, e se la probabilità del primo scenario è del 90% e la probabilità del secondo scenario è del 10%, si ottiene un rendimento atteso pari a nove decimi di +15% e ad un decimo di -15%, per ottenere un risultato finale di +12%. Se il premio per il rischio è ad esempio del 5%, allora il rendimento atteso del 12% si confronta favorevolmente con la somma del tasso di interesse e del premio per il rischio, pari a 10%.

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