I tessuti alle prese con l’innovazione: nuove performance e più attenzione all’ambiente

Tendersetter

10:54 am

12 marzo 2019

Vestirsi a cipolla potrebbe diventare presto un’abitudine del passato. È di qualche settimana fa la notizia di un nuovo materiale per l’industria tessile sviluppato all’Università del Maryland capace di “sentire” se chi lo indossa ha freddo o caldo e di adattarsi di conseguenza, fornendo più o meno calore a seconda delle esigenze.

Pensate di essere nel bel mezzo del vostro allenamento e sentirvi ancora freschi come se aveste appena iniziato, o di essere in ufficio e non dovervi preoccupare degli sbalzi di temperatura dovuti all’aria condizionata. Niente brividi, niente sudorazione che parte, niente guance paonazze. Siamo vicini (e quanto?) a questa rivoluzione? Cosa possiamo aspettarci davvero dai tessuti del futuro? Ecco le ultime novità e le tendenze dal mondo della ricerca e delle startup (ma anche di qualche big).

 

Dall’Università del Maryland, un tessuto di nanomateriali

Come può un tessuto capire se chi lo indossa si sente bene o meno a quella temperatura? Il gruppo di chimici e scienziati dei materiali avanzati dell’Università del Maryland ce l’ha fatta grazie alle proprietà di alcune fibre sintetiche mescolate assieme a quelle dei nanomateriali. In particolare, creando un filato ibrido con polimeri creati ad hoc in laboratorio e nanotubi di carbonio, un binomio che permette alle maglie del tessuto di espandersi o contrarsi in conseguenza alle variazioni di temperatura e umidità.

Quando ci si surriscalda e si suda, per esempio, i fili si torcono e si attiva la funzione dei nanotubi, che è quella di favorire il rilascio di calore verso l’esterno e la traspirazione, e il corpo si rinfresca. Al contrario, quando la temperatura cala al di sotto di una certa soglia, il tessuto si pone nella conformazione che permette di trattenere il più possibile il calore al suo interno. Le fibre sono inoltre sensibili e reattive all’umidità e sono in grado di trattenerla o rilasciarla all’occorrenza.

Non è ancora uscito dai laboratori di ricerca, eppure gli autori dello studio prevedono di rendere disponibile il prodotto già nei prossimi mesi, perlomeno per gli indumenti sportivi e di chi ha esigenze particolari.

 

Il settore tessile diventa elettronico

Le novità nel settore non sono però isolate. C’è un fronte molto attivo della ricerca in quello che viene definito e-textile, o tessile elettronico, che consiste nell’inglobare nei tessuti componenti digitali, cioè presi in prestito dal mondo delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni. Sensori sempre più complessi, che tengono sott’occhio le funzioni del corpo, interfacce per lo scambio di informazioni, persino led o sistemi per l’acustica che funzionano in modo autonomo: tutto ciò che in qualche modo può rendere un indumento smart.

Sono almeno vent’anni che il settore è attivo, ma va detto che inizialmente l’attenzione si focalizzava principalmente verso prodotti per impiego sanitario, o militari, o dedicati all’esplorazione spaziale, con Nasa e Darpa in prima linea. Nel tempo la ricerca avanzata si è spostata maggiormente in mano alle startup, in direzione di capi sempre più accessibili e consumer, con applicazioni a 360 gradi e che si sposassero con le nostre abitudini e la vita di tutti i giorni. E di fatto a interessarsi di tessuti 2.0 sono oggi anche i giganti dell’informatica e dell’elettronica, come Google, Amazon, Microsoft e IBM.

 

Capi d’abbigliamento ed economia circolare

Forse suona tutto molto artificiale, eppure tra le novità degli ultimi anni in fatto di tessile è forte anche il richiamo del green, del riciclo e dell’economia circolare. Tant’è che molti gruppi di ricerca e startup si sono attivati per provare a produrre stoffe e capi di abbigliamento a partire da materiali di scarto dell’industria o da oggetti usati. Obiettivo: meno rifiuti e meno inquinamento.

Alcuni esempi? Filati prodotti a partire dagli scarti dell’uva, o dalle bucce delle banane e delle arance. Oppure finte pelli a partire dal guscio delle noci di cocco, o dalle foglie di ananas. Uno degli ultimi trend, se possibile ancora più verde, sfruttare nientemeno che le alghe marine.

Hungry (Green) Minds

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