Green building, il senso di abitare verde

11:59 am

30 marzo 2018

Sollevare un prato come fosse un tappeto e, in questa tasca, realizzare un nuovo spazio vitale, inosservato e protetto quasi a far parte anch’esso della natura. Questa la visione di green building di Renzo Piano, celebre architetto italiano, nel realizzare la nuova sede della California Academy of Sciences, situata nel cuore di Golden Gate Park, a San Francisco. Il tetto diventa così un parco ricco di piante, piccoli animali e insetti. Le stanze, il più possibile trasparenti, si illuminano della luce del sole. Piccoli oblò in superficie si aprono e richiudono come pori per farle “respirare”, contribuendo alla regolazione della temperatura. Il complesso assorbe energia, ma al contempo fornisce supporto a molte forme di vita; anziché invadere il suo habitat, vi si integra. Quasi fosse un essere vivente che, rispettoso della natura che lo circonda, si muove in punta di piedi.

È l’anima del green building, un nuovo modo di ripensare l’edilizia che si impegna a conservare intatto non solo il territorio dove s’insedia, bensì l’ambiente in generale. Incentrato sul compimento del risparmio energetico, cioè su principi di efficienza, basso consumo, fonti rinnovabili, può essere il perno per la costruzione di abitazioni, luoghi di lavoro, strutture turistiche, spazi industriali. E il suo fine è pesare il meno possibile sul pianeta, impegnandosi a limitare l’inquinamento che avvelena piante, esseri umani e animali e tutti i fattori che incidono sul cambiamento climatico.

Cosa significa costruire verde: i green building

Innanzitutto: dove costruire? Certo non dove si mette a repentaglio un territorio delicato. Possibilmente, dove le condizioni ambientali sono favorevoli alla sostenibilità energetica: luoghi che, per esempio, consentano di risparmiare sugli impianti di riscaldamento e raffreddamento, o dove si possa sfruttare la luce naturale. La location, insomma, e l’orientamento della costruzione sono da tenere in primo piano. In secondo luogo, il nuovo edificio dovrà essere il più possibile ermetico, cioè “isolato” dall’esterno, perché sia possibile controllare al meglio le condizioni al suo interno. Non solo per la temperatura, ma anche per l’umidità e il ricircolo dell’aria, per esempio.

E poi c’è da pensare agli impianti, che devono consumare il meno possibile ed essere alimentati da energie rinnovabili, o addirittura poter produrre più energia pulita di quanto la struttura richieda: sistemi fotovoltaici, per sfruttare l’energia solare, reti che non disperdano il calore, apparati che possano purificare l’acqua (anche piovana) per non sprecarla e poterla riutilizzare. Sia nella fase di costruzione che in quella di vero e proprio utilizzo, la struttura dovrà poi essere gestita in modo da limitare al minimo il volume di rifiuti in uscita, il che richiede di inventarsi soluzioni ad hoc per il loro riutilizzo o smaltimento.

Un discorso a sé merita la scelta dei materiali, un fattore di primaria importanza nella catena di sviluppo dell’intero ecosistema dell’edificio.

Di che pasta sono fatti gli edifici green

Ecologici, riciclati ­­­– e riciclabili – ma anche prodotti a chilometro zero, secondo principi etici, e adatti non stridere con l’ambiente circostante nemmeno nell’impatto visivo: selezionare i materiali coi quali assemblare un edificio green è una sinergia di chimica, ingegneria, architettura e design di grande complessità. Tra i più usati, il legno, ridotto in lamine per la realizzazione di pannelli resistentissimi, leggeri rispetto a cemento e acciaio e allo stesso tempo estremamente versatili. Tra gli emergenti, il bambù, per la sua velocità di crescita, la sua durevolezza, la possibilità di molteplice riutilizzo e, fattori anch’essi importanti, la bellezza e il costo contenuto.

E poi carta, cartone, bottiglie di plastica, rottami metallici, stoffa: una volta riciclati, possono essere impiegati, anche in associazione tra loro, come materiali da costruzione, per sostituire per esempio i classici isolanti in lana di vetro.

Il futuro è tutto smart

Nonostante la continua ricerca di materiali alternativi, non si può immaginare un futuro senza l’integrazione green + smart. Il domani dell’edilizia parla tutto di strutture in grado di auto-ripararsi o rigenerarsi spontaneamente nel caso subentrassero crepe o cedimenti. O di mattoni intelligenti in grado di auto-programmarsi per assorbire risorse dalla luce, dall’acqua e dall’aria e poterle depurare o trasformare in energia elettrica.

Ma non solo. Per limitare i consumi, uno dei modi più efficaci è quello di dotare gli edifici di reti di sensori che consentano di disattivare tutte le funzioni non necessarie in modo automatico (e viceversa). Insomma, la strada che stiamo percorrendo è indirizzata verso costruzioni autonome, sia dal punto di vista dell’energia ma anche del funzionamento: la casa dotata del massimo della sostenibilità sarà anche quella dotata di più “cervello”.

E c’è da mettersi nell’ottica che tutto ciò non si riferisce solo all’edificio, ma coinvolge anche le persone che lo abitano, o lo frequentano, che dovranno imparare a utilizzare al meglio le nuove strutture. Il fattore umano non può sottrarsi alla gestione di progetti così ambiziosi: cultura, educazione e informazione dovranno per forza andare di passo con la tecnologia per la loro riuscita.

Hungry (Green) Minds

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