Big data: nei paesi più poveri possono rivoluzionare l’agricoltura

9:40 am

8 gennaio 2019

Una persona su nove nel Mondo soffre la fame. Nonostante gli sforzi globali e gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile formulati dalle Nazioni Unite, tra cui il goal Zero Hunger (letteralmente: fame zero entro il 2030), la situazione anziché migliorare peggiora, e in soli tre anni siamo tornati alle statistiche di dieci anni fa.

Le regioni più sfavorite, l’Africa sub-Sahariana, il Sud-est Asiatico e l’America Latina che, oltre a presentare più alto tasso demografico, si reggono quasi esclusivamente sul settore agricolo: luoghi vulnerabili, dove è sufficiente un’anomalia del meteo per paralizzare la produzione di prodotti come grano, mais, riso (e non solo), la materia prima di tutta l’economia locale, e lasciare a stomaco vuoto migliaia e migliaia di persone.

 

Partire dal basso per conoscere

Per far fronte al problema della fame e promuovere lo sviluppo rurale c’è chi si è messo in moto per provare a sbloccare la situazione dal basso, a partire dalle realtà più contenute, cioè le piccole proprietà territoriali e le fattorie in piccola scala. Un progetto importante in fase di lancio è quello portato avanti da FAO (la Food and Agriculture Organization), Melinda Gates Foundation e alcuni governi locali, che hanno messo sul piatto un budget di 500 milioni di dollari per andare in soccorso ai piccoli produttori.

Al cuore del disegno, provare a colmare l’enorme lacuna di informazioni sui milioni di contadini e allevatori che vivono in condizioni di povertà, oggi praticamente invisibili all’interno dei sondaggi, delle statistiche e nei piani per il futuro. Dei loro possedimenti, delle loro modalità di coltivazione e allevamento, delle loro rese e dei loro problemi sappiamo, di fatto, pochissimo, quando invece conoscere a fondo le pratiche locali, le varietà di piante e semi coltivate, i ricavi e i sacrifici di ciascun agricoltore sarebbe determinante per valutare l’impatto degli interventi effettuati e per pianificare con cognizione di causa gli interventi futuri. Ed è qui che entrano in scena i Big Data.

 

Un’analisi capillare: il ruolo dei dati

Il gap di informazioni è il segnale più chiaro che le strategie per il monitoraggio usate finora non funzionano. Ci si serve di rapporti forniti dalle nazioni coinvolte, che però sono spesso incompleti, vengono condotti raramente e perciò diventano presto obsoleti. Secondo gli esperti è fondamentale un approccio ben più sistematico e capillare: c’è un estremo bisogno di raccogliere nuovi dati, e di qualità migliore.

Innanzitutto, stabilendo alcuni precisi parametri chiave. Gli autori del nuovo progetto, per esempio, hanno preso a riferimento l’accessibilità degli allevatori ai servizi veterinari, rendendosi conto di quanto fosse limitata (se non inesistente) nelle realtà più povere. Un’osservazione che, naturalmente, chi si occupa di policy non potrà permettersi di ignorare.

In secondo luogo, sfruttando al massimo le tecnologie disponibili man mano che diventano più accessibili. John Deere, per esempio, nota company di macchine agricole, porta avanti da anni iniziative per il monitoraggio delle coltivazioni attraverso sensori e unisce le informazioni a quelle delle panoramiche raccolte dai satelliti in orbita (o dai droni), che possono fornire una descrizione, anche molto dettagliata, dello stato delle coltivazioni in una precisa regione. Tra i risultati, l’aver compreso dove era necessario l’impiego di pesticidi, con un risparmio di tempo e denaro, laddove sarebbero stati superflui, e un’azione mirata in direzione dei raccolti più a rischio.

È poi di fondamentale importanza, ovviamente, che le informazioni vengano elaborate in maniera trasparente e che siano rese disponibili (e in una forma comprensibile) agli agricoltori. C’è quindi bisogno non solo dei dati, ma anche dell’infrastruttura per diffonderli, comunicarli e renderli finalmente utilizzabili.

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